Se il presidente Trump conoscesse a fondo la storia americana, cosa di cui mi permetto di dubitare, saprebbe che la Grande depressione economica degli anni Trenta, successiva al crac di Wall Street della fine del 1929, fu tragicamente aggravata dall’imposizione di forti dazi sulle importazioni in base alla famigerata legge Smoot–Hayley, subito approvata dal presidente Hoover, repubblicano come lui. Lo ricordava bene il presidente Reagan, altro repubblicano, ma repubblicano pragmatista non dottrinario né velleitario, che nel 1987 in una delle sue conversazioni radiofoniche del sabato con gli americani si scagliò contro la guerra dei dazi aperta dal Giappone, ma subito rientrata. Se mettessimo forti dazi, e gli altri Paesi mettessero forti controdazi, ammonì Reagan, inizialmente ne trarremmo qualche beneficio ma poi esploderebbe l’inflazione. E sottolineò che i dazi paralizzano la libera iniziativa, riducono la concorrenza, erodono il potere dei manager e finiscono per causare disoccupazione. “Ho calcolato – concluse il Presidente – che se noi li adottassimo, in prosieguo di tempo ne andrebbero di mezzo i posti di lavoro di oltre dieci milioni di persone. Abbiamo bisogno di commerciare di più, non di meno, oggigiorno le economie sono interdipendenti, il protezionismo danneggerebbe tutti, andremmo tutti in recessione”.
L’esempio di Reagan
Reagan era nato nel 1911 e la Grande depressione, da cui era uscito facendosi strada come attore a Hollywood, la conosceva, eccome! Il suo slogan era “Trade free and fair”, scambi commerciali liberi ed equi. Ricordava anche la Seconda guerra mondiale, durante la quale era stato mandato a Londra come ufficiale di collegamento con le forze inglesi, e il susseguente scoppio della Guerra fredda. Si sentiva legato all’Europa, come la maggioranza della sua generazione, “the greatest” la più grande della storia americana stando ai media, che la aveva salvata dapprima del nazismo e più tardi dal comunismo. Il paradosso è che Trump, che non visse tali esperienze e che ora rischia di scatenare una guerra commerciale globale, si ritiene l’erede di Reagan, di cui ha esposto il ritratto nello Studio Ovale della Casa Bianca, mentre ne è gli antipodi. Trump è ambiguo nei confronti del nazismo, sembra condonare lo stalinismo occulto di Putin, e disprezza e insulta l’Unione Europea. Noi, “patetici” europei nel linguaggio del suo vicepresidente Vance, saremmo parassiti sfruttatori dell’America. La realtà è un’altra. E’ vero che l’America si è assunta l’onere della nostra difesa, ma in cambio ne ha tratto vantaggi enormi vendendoci armi e usando le sue basi militari in Europa per combattere le sue guerre del Medio Oriente e del Golfo Persico.
Guerra commerciale
In coerenza con la sua politica economica, fondata sulla convinzione che l’America si estendeva nel mondo (“è di nuovo l’aurora per noi”), Reagan alimentò i commerci internazionali. La convinzione di Trump, invece, è che l’America sia derubata e che vada protetta con i dazi soprattutto dall’Europa (“è nata per fregarci”). Non capisce che l’autarchia da un lato e la dura rottamazione delle alleanze dall’altro la metteranno in gravi difficoltà. Di qui la minaccia della guerra commerciale del 2 aprile, da lui definita “il giorno della liberazione dell’America”, il suo ennesimo sbeffeggio. Ne abbiamo visto un anticipo, i dazi del 25 per cento sulle auto prodotte all’estero, altre merci europee bloccate nei porti di partenza, quanto ci basta per applaudire al monito del nostro presidente Mattarella: “I dazi sono inaccettabili e l’Unione Europea ha la forza per contrastarli. La cooperazione e i mercati aperti rispondono a due interessi per noi vitali, la pace e le esportazioni”. Come dire che l’Unione Europea è disposta a negoziare e sta elaborando delle proposte concrete ed inevitabili contromisure, ma che non si lascerà ricattare né dividere in Paesi trumpisti trattati da amici e Paesi antitrumpisti trattati da nemici. Se Trump ha preso o prenderà decisioni troppo pesanti, vedrà l’America pagarle a caro prezzo nel giro di pochi anni se non mesi.
Cieco protezionismo
Qualche lettore ricorderà il film “La sporca dozzina” del 1967 sulla Seconda guerra mondiale, un gruppo di delinquenti arruolati per missioni impossibili che diverranno eroici soldati. Ispirandosi al film, Trump ha individuato “La sporca quindicina”, quindici Paesi dal surplus commerciale cronico con l’America, di cui i principali sono l’Europa, la Cina, il Giappone, l’India, il Messico e il Canada, evidentemente a suo parere delinquenziali (ma non eroici). Scrivo questo articolo prima del 2 aprile e non so quindi che misure adotterà il Presidente americano, ma sento che contempla dazi del 20 per cento in media su una vastissima gamma di importazioni. Sarebbe un brutto colpo per l’Europa, in particolare per l’Italia dove la sopravvivenza e lo sviluppo di settori chiave come l’auto, la moda, l’agricoltura, la meccanica e i farmaci dipendono dalle esportazioni. In alternativa, Trump offre ad amici e nemici la possibilità di investire e produrre negli Stati Uniti, cosa non fattibile per molti dei beni importati, dicendo che ciò frutterebbe trilioni e trilioni alla nazione e che gli permetterebbe di ridurre le tasse. Ma la verità è che in America gli investimenti incominciano a diminuire e i capitali incominciano a fuggire per paura che il suo cieco protezionismo aumenti il deficit di bilancio dello Stato che, si badi bene, e’ finanziato dal resto del mondo.
Gli Anni Trenta del Novecento
Trump non è un altro Reagan, ripeto. E’ un altro Coolidge, il dispotico Presidente repubblicano dei “ruggenti” o meglio caotici anni Venti dello scorso secolo, che governò una Nazione semiautartica e semifuorilegge con lo slogan “America’s business is business”, gli affari dell’America sono gli affari. Coolidge, sotto cui spadroneggiò il peggio del Paese, dal proibizionismo alla mafia di Al Capone, fu il padre della Grande depressione, ma ebbe la fortuna di lasciare la Casa Bianca sei mesi prima del crac di Wall Street. Se non negozierà sui dazi, è probabile che Trump provochi una Seconda grande depressione con drammatiche conseguenze in tutto il mondo. L’autarchia è un delirio sia dei prezzi sia della qualità e quantità dei prodotti, è il bunker finanziario dei dittatori. La maggioranza dei manager americani lo sa, inclusi molti trumpisti che stanno cercando di indurre il Presidente alla ragione, sinora invano. Negli Stati Uniti suona già un campanello d’allarme: i folli licenziamenti in massa dei dipendenti statali, i tagli all’assistenza sanitaria, all’istruzione, all’agricoltura, e cosi via impoveriscono i ceti medio e basso. La “trumpnomics” o dottrina economica di Trump potrebbe essere il tallone d’Achille del Presidente e del suo governo che secondo la televisione Fox, un canale ultra trumpista, è ormai avversata dal 58 per cento degli elettori.
Un bluff
“America first”, prima l’America, è un altro degli slogan di Trump, che assicura agli americani meno abbienti di agire in loro difesa, una colossale “fake story” o bufala. Ma prima in cosa? Nel tasso di disoccupazione? Nella malasanità? Nel numero dei senza tetto? Nel divario tra ricchi e poveri? Nel razzismo? Nelle pugnalate alla schiena agli alleati? Nell’annessione della Groenlandia? In nuove alleanze con i dittatori, vedasi Putin che parla già di spartirsi l’Artico con lui? L’ultima uscita del Presidente, timoroso che si formi un fronte economico occidentale antistatunitense con l’Europa, il Canada, il Messico e altri “volonterosi”, come sarebbe il caso di chiamarli, è stata di minacciare “dazi del duecento per cento” e non si sa quali altre rappresaglie nei loro confronti, se l’abbandono della Nato da parte dell’America per esempio o peggio. Ma si tratta di un bluff. Intanto un’Alleanza transatlantica antiamericana non si formerà mai, il solo sospettarlo è da paranoico. E in secondo luogo Trump non può fare a meno dell’Europa né del Canada né del Messico. Il rottamatore può giudicare l’Occidente non statunitense una fastidiosa palla al piede, ma l’America isolata e senza la Nato non sarebbe in grado di competere con la Cina, e Putin avrebbe più interesse a dialogare con Bruxelles e Pechino, tra cui Mosca è situata, che con Washington.
Contrasti non insormontabili
“Il Donald” si proclama il Presidente della pace e aspira al Nobel, ma se vuole essere riconosciuto e premiato come tale dovrà scendere a più miti consigli e cambiare strada. E’ impossibile che riesca a realizzare tutti i suoi obiettivi in politica estera, dalla presa della Groenlandia alla trasformazione di Gaza nella “Riviera del Mediterraneo”, e comunque se tradirà l’Ucraina perderà in fretta quel poco di credibilità che gli è rimasta. In politica interna inoltre molti elettori tenteranno di regolare i conti con lui alle elezioni del “mid term”, di metà del suo mandato, le elezioni parlamentari dell’inizio di novembre del 2026. Se perdesse il controllo del Congresso, ossia del Senato e Camera che ora sono nelle mani dei repubblicani, Trump si troverebbe nei guai. Per questi motivi, i contrasti tra di lui e l’Europa non sono assolutamente insormontabili. Noi europei dobbiamo vedere in Trump non un nemico ma un avversario o un aspro critico con cui occorre raggiungere un accordo da posizioni di fermezza ma non di preclusione. Ciò implica che assumiamo maggiori oneri per la nostra sicurezza o nell’ambito della Nato o in parallelo a essa, che lo spingiamo a negoziare sui dazi e che facciamo sentire di più il nostro peso nelle aree calde del mondo. Se l’ordine mondiale in vigore da ottant’anni si sfalderà, che l’America si rassegni a essere solo “primus inter pares”.
Ennio Caretto