Lunedì pomeriggio, dopo 28 ore di viaggio, è finalmente tornato a casa Agostino Tibaudi, 57 anni, preparatore atletico di calcio da oltre 25 anni in Serie A, rimasto bloccato a Kiev nel bel mezzo della guerra tra Russia e Ucraina. Con lui anche gli altri italiani dello staff di Roberto De Zerbi, l’ex allenatore del Sassuolo oggi head coach dello Shakhtar Fc, il top club ucraino di Donetsk, ma ospite nella capitale dal 2014, anno in cui nel Donbass è scoppiata una guerra fino a pochi giorni fa dimenticata da molti. «Oltre a me e De Zerbi – ci ha raccontato Tibaudi – c’erano il vice Davide Possanzini, l’allenatore dei portieri Giorgio Bianchi, i preparatori Vincenzo Teresa e Marcattilio Marcattili e gli assistenti Michele Cavalli e Paolo Bianco». Fino a pochi giorni fa erano in Turchia per la preparazione atletica, poi il ritorno in Ucraina proprio pochi giorni prima delle prime bombe. «Abbiamo scelto di affrontare questa difficoltà tutti insieme, come una squadra. Ci sentivamo responsabili per i nostri ragazzi, alcuni dei quali giovanissimi. Non li avremmo mai lasciati soli. Per fortuna è intervenuta la Uefa che è riuscita a farci abbandonare in sicurezza dal Paese».
Bisognerebbe scrivere un libro per raccontare l’ultima settimana trascorsa dal professore casalese Agostino Tibaudi, da oltre 25 anni preparatore atletico in Serie A, finalmente ritornato in Città dopo essere rimasto bloccato a Kiev, sotto il fuoco dell’esercito russo. Di certo quando otto mesi fa, tra i primi, avevamo annunciato la notizia della sua decisione di lasciare il Sassuolo e la massima serie di calcio italiana per andare allo Shakthar Fc, mai avremmo potuto pensare che ci sarebbe stato questo epilogo. Ma andiamo con ordine. Il top club ucraino, di proprietà del magnate Rinat Leonidovič Achmetov, è originario di Donetsk nel Donbass, ma dal 2014 è stato costretto a trasferirsi a Kiev a causa della guerra. Fino alla scorsa settimana era primo in classifica con due punti di distacco dalla Dinamo di Kiev. È stato eliminato dalla Champions League, conquistata con fatica attraverso i preliminari, al termine del doppio scontro con l’Inter di Simone Inzaghi. A gennaio dopo un lungo mese di vacanze, cosa normale nelle nazioni più fredde, la squadra aveva raggiunto la Turchia per la preparazione atletica per poi far ritorno a metà febbraio a Kiev. Al ritorno però la situazione in Ucraina era ben diversa da quella di partenza. I rapporti già tesi tra Putin ed il presidente Zelensky sono arrivati ad un punto di non ritorno, e da lì a poche ore sono iniziate a cadere le prime bombe.
Caro professore, intanto bentornato a casa. Togliamoci subito la prima domanda, che è quella che le avranno già fatto tutte le persone che la conoscono: perché alle prime avvisaglie non avete subito abbandonato il Paese?
«Intanto noi eravamo in Ucraina per lavoro e avevamo delle responsabilità nei confronti dei tanti ragazzi giovanissimi che giocano da noi, bloccati nella capitale con le proprie famiglie senza la possibilità di tornare nei rispettivi paesi: non li avremmo mai lasciati soli».
Sono stati quattro giorni che sicuramente non dimenticherà mai.
«Eravamo nell’Hotel dove solitamente siamo in ritiro. Siamo una squadra di calcio, un gruppo, e quindi ci è sembrato naturale stare insieme fino alla fine e affrontare uniti questo tipo di crisi, e non ognuno nelle proprie case. Già a partire dalla prima notte, la gravità della situazione è stata subito chiara. Diverse grandi esplosioni, due in particolare, ci hanno svegliato nel cuore della notte. Da lì la situazione si è aggravata velocemente. Siamo rimasti asserragliati nell’hotel, dove c’erano anche alcuni giornalisti stranieri, per diversi giorni. Per l’ambasciata italiana in quel momento la cosa più sicura era restare fermi dove ci trovavamo, in attesa di trovare un momento per evacuare il Paese. D’altronde non avevamo modo di muoverci anche in considerazione del coprifuoco imposto sulla capitale. Per tutti e quattro i giorni, il tempo è trascorso scandito dal suono delle sirene, dalle esplosioni, dai colpi di artiglieria. Dormire vestiti, scarpe ai piedi, passaporto in tasca. Le tre regole da non disattendere assolutamente. Non c’era uno piano interrato vero e proprio e quindi al suono degli allarmi ci radunavamo in una sala interna, senza finestre e più protetta».
Poi la svolta: sabato la Uefa, la federazione europea di calcio, ha contattato lo staff dello Shakthar, quasi come fosse un vero e proprio corpo diplomatico.
«Siamo stati contatati direttamente dal presidente Ceferin che ha ci ha prospettato la possibilità di evacuare dal Paese, anche grazie all’intervento di altri club calcistici europei che ci hanno messo a disposizione mezzi e uomini. Il viaggio sarebbe iniziato in treno, per poi raggiungere in pullman l’Ungheria e da lì, con un volo l’Italia. Logicamente è stato più complesso di quanto poteva apparire sulla carta. Domenica mattina con le nostre auto avremmo dovuto raggiungere la stazione, ma sabato sera è arrivata l’ennesima brutta notizia: il coprifuoco sarebbe stato prorogato per tutto il giorno, quindi non c’era modo di lasciare l’hotel se non con il rischio di essere scambiati per sabotatori russi e quindi neutralizzati. Era quindi necessaria una scorta militare, e sembrava un obiettivo irraggiungibile. Invece, quando ormai la speranza si era affievolita, siamo stati avvertiti che da li a poco più di un quarto d’ora ci saremmo dovuti far trovare pronti perché era in arrivo un mezzo dell’esercito che ci avrebbe scorato alla stazione di Kiev. Raggiunta la stazione abbiamo trovato uno scenario quasi calmo, molto differente dalle immagini viste nei giorni precedenti, dove i treni erano stati presi d’assalto da donne, bambini e anziani. Praticamente nessuno ha avuto il coraggio di sfidare il coprifuoco. Arrivati sulla banchina, scortati da militari e alcuni agenti di polizia che si sono aggiunti, abbiamo atteso il treno per Leopoli. Una volta saliti a bordo siamo riusciti a raggiungere la città ucraina in dieci ore anziché le solite quattro che avrebbero dovuto essere in una situazione normale. Ritardi generati da continui cambi di rotta causati da blocchi e combattimenti. Raggiunta Leopoli abbiamo dovuto attendere un piccolo bus che in quattro ore e mezza ci ha portato a Uzhorod, città sulla frontiera ungherese. Sarebbe stata più vicina la Polonia, ma da Varsavia era stato già deciso di chiudere il confine con l’Ucraina. Tra cheek point controllati dai militari, jersey a rallentare il traffico, e un’abbondante nevicata, abbiamo finalmente superato il confine. Da lì è stato sicuramente più agevole raggiunger Budapest dove abbiamo preso il volo per tornare finalmente a casa».
Cosa lasci in Ucraina?
«Amici. Colleghi. Persone che ci sono state incredibilmente vicine anche nel massimo momento di pericolo. Penso anche al personale dell’albergo che, di fatto, non ha mai smesso di lavorare. Che ha garantito per tutti i pasti e fatto in modo che non ci mancasse nulla. Penso alle ragazze, ai dipendenti del Club che, rischiando anche personalmente, sono uscite per Kiev per acquistare generi di prima necessità come latte in polvere e pannolini per i figli dei calciatori stranieri che erano con noi in albergo. I giocatori ucraini. Ragazzi poco più che ventenni che in qualsiasi momento potrebbero essere chiamati a difendere il proprio Paese. Più in generale le persone che in questi mesi hanno lavorato con noi e condiviso un percorso, ma che non sono potute scappare. Gente del Donbass che per la seconda volta nella loro vita sta subendo l’orrore della guerra. Già una volta hanno dovuto lasciare la propria casa, lasciare tutto. Una guerra che dal 2014, e fino a pochi giorni fa, è stata dimenticata da molti».